Cavaliere della Repubblica ai tempi del covid. Le storie dei pugliesi Beniamino Laterza e Irene Coppola

Cavaliere della Repubblica ai tempi del covid. Le storie dei pugliesi Beniamino Laterza e Irene Coppola

di Daniele De Bartolo, Bari – Cavaliere al merito della Repubblica Italiana.
Forse ci vorrebbe un’enciclopedia intera, di quelle che si tenevano negli armadi fatta di tanti volumi tutti con la copertina uguale, di quelle che ti tagliano le dita quando le apri, di quelle che pian piano sono state sostituite da un click. Forse ci vorrebbe un’enciclopedia intera, dicevo, per spiegare il senso di questa onoreficenza.
Ma forse è più semplice raccontare le storie di chi raggiunge questo premio, di chi riesce a essere notato semplicemente per aver fatto il proprio dovere o magari per aver fatto quel qualcosa in più nel momento giusto che ha reso anche di poco, anche per poco tempo, migliore la vita di altre persone.


L’occasione per raccontare queste storie arriva dalla premiazione dei giorni scorsi che ha riguardato 57 persone che nel nostro paese si sono distinte per i loro comportamenti negli ultimi tempi. E lo sappiamo tutti che gli ultimi tempi è un sinonimo di pandemia coronavirus. Si può essere speciali anche nel periodo più assurdo, destabilizzante, pauroso, difficile che l’umanità abbia mai vissuto? La risposta che ha dato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella è si. O meglio, quella del presidente è stato un riconoscimento per i 57 si che ogni premiato ha detto negli scorsi mesi.
E tra queste 57 persone che si sono distinte nei primi mesi della pandemia di coronavirus ci sono anche due pugliesi, due nostri concittadini che nella nostra regione, che a differenza di altri territori ha pagato un prezzo minore in termini di vittime, hanno dato il massimo per far bene il loro lavoro o farlo meglio di come potevano.
E allora magari raccontando la loro storia si può rispondere alla domanda cos’è un cavaliere al merito della Repubblica Italiana anche senza consultare la famosa enciclopedia.


Il primo si chiama Beniamino Laterza, ha 39 anni e fa la guardia giurata a Taranto. Sul mestiere troppo spesso sottovalutato e bistrattato della guardia giurata si potrebbe scriverne molto. Io mi limiterò a sottolineare quanto sia per nulla facile essere in prima linea a risolvere problemi che le forze dell’ordine non riescono a intercettare anche per carenza di mezzi, di quanto sia mentalmente duro scontrarsi ogni giorno con le malsane abitudini di una certa parte della popolazione per garantire la sicurezza e di quanta sia la paura di trovarsi ad avere a che fare con dei malintenzionati e rischiare la propria incolumità. Tutto questo per una paga che in molti casi è troppo bassa considerando orari di lavoro che non di rado arrivano a 12 ore. Beniamino è uno delle tante guardie giurate che operano negli ospedali e per la precisione lui è assegnato all’Ospedale Moscati di Taranto che in quei mesi diventa un’ospedale covid. E lui, come tanti altri colleghi, continua a lavorare aggiungendo ai già tanti rischi che la sua professione comporta anche quello sanitario.


La seconda pugliese premiata è di Gallipoli e si chiama Irene Coppola. Uno dei più grandi problemi dovuti alla pandemia, e che in qualche modo a contribuito ad aumentarla, è stato la mancanza dei dispositivi di protezione soprattutto delle mascherine. In pochissimo tempo tutti hanno avuto bisogno di indossare una mascherina e nessuno ne era provvisto visto che prima della pandemia le utilizzavano solo i medici. E allora Irene, come molte altre persone, ha cominciato a produrle aiutata dal fatto di avere un laboratorio di sartoria. Ne ha prodotte tante, mille in una notte per donarle ai più bisognosi, a chi era in prima linea nel combattere questo nemico sconosciuto. Ma ha fatto di più Irene. Ad un certo punto si è resa conto che le mascherine impedivano la comunicazione a chi non può ascoltare i suoni delle parole, a chi ha imparato a leggere il labiale per ovviare al proprio problema. E allora Irene pensa anche a loro, alle persone sorde o sordomute creando delle mascherine trasparenti che permettavano di ovviare sia problema della protezione delle vie orali ma che non coprivano il labiale.
Queste due storie ci dicono qualcosa in più su quella definizione che tanto spaventa e tanto affascina tutti noi. Ci dicono che in certi momenti della vita basta continuare a fare bene il proprio mestiere e ci dicono che se si hanno delle capacità e delle competenze per aiutare chi ti sta vicino, bisogna farlo. Si chiama solidarietà ed è alla base della democrazia. E magari si diventa anche Cavaliere al merito della Repubblica Italiana.

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