Ieri è tornato a Bari, all’interno della quarta edizione del Festival Internazionalista di poesia rivoluzionaria, il poetry slam, una competizione di poesia orale in cui i poeti si sfidano a colpi di versi, giudicati da una giuria popolare. La gara, organizzata da SlammalS, collettivo di poesia orale e performativa e coordinamento Sud della LIPS – Lega Italiana Poetry Slam, dalla Ex Caserma Liberata e dalla Brigata Poeti Rivoluzionari, in collaborazione con Millelibri – Poesia e altri mondi è stata realizzata in vista delle selezioni regionali del Campionato LIPS.

L’evento ha preso il via con un aperitivo a cura della libreria Mille Libri per poi spostarsi alle ore 20.30 nella piazzetta limitrofa della Chiesa di San Pasquale per il poetry slam.

Otto poeti si sono cimentati in un duello a colpi di rime affilate, pensieri folgoranti e vertiginose metafore.
Per l’occasione, nelle vesti di Maestro di Cerimonia, Gionata Atzori ha scandito i tempi per permettere ai poeti di alternarsi al microfono.


LA GARA
Dopo la formazione della giuria, si è effettuato un giro di presentazione in cui ogni poeta con soli 3 minuti a disposizione ha recitato una poesia di presentazione, non sottoposta a votazione della giuria.
Dopo il sorteggio per stabilire il turno dei partecipanti si è subito partiti con il primo turno di gara.
Ogni poeta ha avuto altri 3 minuti per recitare la poesia in gara ed è stato, poi, sottoposto al voto della giuria.
I 3 POETI che hanno avuto il punteggio più alto si sono sfidati in finale recitando una nuova poesia in modo inverso rispetto alla posizione in classifica.
La somma finale è stata ottenuta sommando i punteggi del primo turno, più quelli ottenuti in finale.

Abbiamo fatto qualche domanda a Mauro Carella, uno dei concorrenti della giornata di ieri che da cinque anni si esibisce alle competizioni ufficiali LIPS.

1.Raccontaci cosa è la Slam Poetry e perché ti appassiona.

è più difficile spiegarlo che viverlo. Basta fare un viaggio a ritroso nel passato, risalire a quello che facevano i cantori e cantastorie greci o i quelli della Provenza. Il ruolo dello Slam Poet, tradotto dall’inglese Spoken Word Poet, incarna il bisogno di un’artista o meglio di un poeta-paroliere di riaccendere attraverso il fuoco ritmico e l’esigenza stilistica della versificazione, della creazione di metafore e suggestioni di ridare all’arte della parola una dimensione pragmatica. In particolar modo una versificazione ritmata e coinvolgente che non a caso viene introdotta da un cerimoniere proprio come accadeva nelle prime formazioni dell’Hip Hop.

2. Pensi che la competizione sia uno stimolo alla produzione poetica?

Le session di Poetry Slam non hanno necessariamente un fine competitivo di carattere economico. Se noi pensiamo ancora ad un mondo con dei parallelismi, ad esempio alle competizioni delle battle di free style, non c’è alcuna competizione remunerativa. Resta una competizione di carattere positivo vista più come momenti di aggregazione. Ci si spinge all’incontro e alla comunicazione spesso per un fine sociale. Le session di Poetry Slam, come in questo caso, sono accompagnate ad eventi di divulgazione e sensibilizzazione. Toccano temi cari all’opinione pubblica, soprattutto a quelle minoranze spesso bistrattate e di conseguenza puntano alla dimensione aggregativa. La competizione funge da stimolo non solo migliorativo ma anche propositivo della creazione di una comunità. Da diversi anni questa comunità ha deciso di darsi una regolamentazione di carattere competitivo cercando di scovare nuovi talenti, nel senso di nuove prospettive poetiche, da proporre al pubblico che pensa alla poesia ancora in un’ottica canonica, tradizionale e a tratti vetusta, secondo il mio parere, se riproposta con gli stessi identici stilemi dall’800 ad oggi.


3. Pensi che la cultura e la poesia possano essere un traino positivo per determinate situazioni sociali?

Certamente, poesia e cultura devono essere il traino positivo. Non l’unico elemento che può spingere ad un veicolare di messaggi positivi ma non solo perché non si deve fermare alla mera propaganda, deve indurre ad una comunicazione che possa essere il presupposto ideologico da cui muoversi per proporre azioni pragmatiche. Al poeta non si può domandare di salvare il mondo o risolvere una problematica complessa. Deve però instillare, quasi in maniera sciamanica, quella scintilla nell’ascoltatore che accenda la miccia della curiosità dell’ascoltatore nei confronti di una problematica. Ce lo hanno insegnato le tragedie greche e senza andar molto a ritroso nel tempo un esempio è un progetto palestinese, messo in atto da
Dutch Nazari e Alessandro Burbank nel 2013, in merito ad un esperimento, un’analisi delle poesie che venivano prodotte in Palestina nel conflitto atavico col popolo d’Israele e nel constatare come la Slam Poetry avesse una spiccata impronta a livello sociale. In questo specifico esempio la poesia si è fatta traino di divulgazione e di rivolta. Omero non cantava solo di eroi e donne rapite, cantava anche di sentimenti e di vita quotidiana, di come si può immaginare un avvenire meno becero di quello che viviamo.

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