Il cemento divora l’Italia, bollino rosso per la Puglia: l’allarme di Ispra e Snpa nel rapporto annuale sul consumo del suolo

Il cemento divora l’Italia, bollino rosso per la Puglia: l’allarme di Ispra e Snpa nel rapporto annuale sul consumo del suolo

Di Francesca Emilio, Bari – Nel 2018, l’Italia, ha perso ventiquattro metri quadrati per ogni ettaro di area verde. Solo nello scorso anno cemento e asfalto si sono mangiati cinquantuno chilometri quadrati di territorio pari a quattordici ettari al giorno: ogni secondo, in pratica, due metri quadri di terreno vengono letteralmente divorati dal cemento, per non parlare in termini numerici basti pensare che, se i dati riguardassero nello specifico la nostra regione e non l’Italia intera, i 19.540, 9 chilometri del tacco di Italia, stando alle statistiche, in un anno sarebbero stati completamente ricoperti di cemento lasciandosi dietro terra, alberi, bellezze naturali tipiche, coste incontaminate e molto altro. Non serve solo immaginare però, i dati sono reali. Il quadro allarmante, che vede la nostra regione tra le protagoniste indiscusse di questo bollino rosso, è stato delineato dal nuovo rapporto sul consumo di suolo elaborato da Ispra e Snpa, rispettivamente Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale e Sistema nazionale di protezione dell’Ambiente.

Per quello che riguarda la nostra regione è il Salento ad ottenere i risultati peggiori, nel 2018 infatti, sono stati consumati oltre 40mila ettari di suolo con una percentuale che varia dal 15% al 30% della superficie a seconda dei comuni. Un incremento che vede la meta estiva più ambita dai turisti a +14,58% rispetto al 2017 impattando in modo non poco ininfluente su quello che è l’ecosistema del territorio.

In particolare, più della metà delle trasformazioni dell’ultimo anno nel nostro paese si devono ai cantieri, soprattutto per la realizzazione di nuovi edifici e infrastrutture destinati a trasformarsi in nuovo consumo permanente e irreversibile. Il Veneto è la regione con gli incrementi maggiori +923 ettari, seguita da Lombardia +633 ettari, Puglia +425 ettari, Emilia-Romagna +381 ettari e Sicilia +302 ettari. Il valore più alto, rapportato alla popolazione residente si riscontra in Basilicata (+2,80 m2/ab), Abruzzo (+2,15 m2/ab), Friuli-Venezia Giulia (+1,96 m2/ab) e Veneto (+1,88 m2/ab).  A mettere in allarme gli esperti è la crescita del consumo di suolo – non necessariamente legata all’abusivismo – nelle aree protette, i dati evidenziano infatti una crescita di +108 ettari nell’ultimo anno, +1074 nelle aree vincolate per la tutela paesaggistica, +673 in quelle a pericolosità idraulica media e da frana e infine +1803 nelle zone a pericolosità sismica.

Anche le altre zone pugliesi non sono da meno, per rendersene conto basta dare un’occhiata alla mappa: le zone rosse stanno a sottolineare il suolo verde divorato dal cemento. A testimoniare questo dato allarmante ci sono non solo la questione ancora aperta di Costa Ripagnola, ma anche i diversi cantieri che giorno dopo giorno prendono forma dando vita molto spesso a palazzi, a centri commerciali o addirittura a lidi balneari che vedono le coste ricoprirsi sempre più di cemento.

Il dato interessante del rapporto è che il fenomeno non procede di pari passo con la crescita demografica che, al contrario diminuisce sempre di più: in pratica, per ogni abitante in meno ci sono 456 metri quadrati in più, fatto non poco rilevante se si considerano le diverse emergenze abitative del nostro paese e della nostra regione.

Il consumo di suolo, stando al rapporto, si è stabilizzato e non è in aumento, ma l’Italia è ben lontana da quelli che sono gli obiettivi imposti dalla comunità europea i quali prevedono l’azzeramento del consumo di suolo netto soprattutto attraverso interventi di demolizione, de-impermeabilizzazione e rinaturalizzazione delle aree. In sei anni l’Italia ha perso superfici verdi che erano in grado di produrre 3milioni di quintali di prodotti agricoli e 20mila quintali di prodotti legnosi utili per assicurare lo stoccaggio di circa 2milioni di tonnellate di carbonio, a questo va aggiunta l’infiltrazione di oltre 250milioni di metri cubi di acqua piovana che dovendo scorrere in superficie non assicura più la disponibilità di ricarica delle falde acquifere. La perdita non è solo ecologica, al danno ambientale si deve sommare anche una perdita economica compresa tra i 2 e i 3 miliardi di euro annui, dati che ovviamente, riguardando l’intera nazione, vanno da impattare anche nelle microeconomie e nei micro ecosistemi regionali e provinciali.  Ispra e Snpa evidenziano infine che “il consumo di suolo in città ha un forte legame anche con l’aumento delle temperature: dalla maggiore presenza di superfici artificiali a scapito del verde urbano, infatti, deriva anche un aumento dell’intensità del fenomeno delle isole di calore”.

L’impatto ambientale del consumo di suolo è pericoloso, le criticità sono moltissime, per fortuna però non è ancora troppo tardi per iniziare a prendere coscienza di tale pericolo cercando possibili soluzioni, a lanciarne una è stato Lorenzo Ciccarese, ricercatore Ispra di origine salentina il quale ha dichiarato che uno dei rimedi a questo annoso problema ambientale potrebbe essere la concentrazione delle aree abitative e il bilanciamento percentuale nell’utilizzo di suolo, ovvero equiparare per ogni ettaro impermeabilizzato, un altro ettaro inutilizzato trasformandolo in insediamento naturale.

Insomma, i dati parlano chiaro: è arrivato il momento di smettere di costruire per lasciare spazio a quello che naturalmente il suolo del nostro paese e, nello specifico, della nostra regione, offre, onde evitare un surplus inutile di risorse che, inevitabilmente, a lungo andare, impatteranno sempre più negativamente sul nostro ecosistema, rendendo difficile la sopravvivenza nello stesso.

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